// March 26th, 2009 // No Comments » // Calcio, Napoli
«Guardi Direttore, da bambino già simpatizzavo per il Napoli ». Jesùs Dàtolo ha mostrato a Marino una foto di quando aveva poco più di dieci anni ed indossava già una maglietta azzurra del club dove aveva giocato l’idolo di tutti i bambini argentini, Diego Armando Maradona. Gli era stata regalata da uno dei suoi fratelli prima ancora che entrasse nel vivaio del Banfield, la squadra della sua città, popoloso centro a sud di Buenos Aires. « Si vede che era scritto nel destino che avresti giocato nel Napoli. Come stai ora? Come va con la lingua? Sei pronto per dimostrare quanto vali? », ha replicato il direttore generale del Napoli tra un antipasto di mare e uno spaghetto con le vongole. Dàtolo, unico acquisto del mercato di gennaio, era stato invitato a cena dal direttore generale, un modo per farlo aprire un po’, capire perché stentava ad ambientarsi, quali problemi avesse. Con Reja aveva collezionato solo due presenze, una con il Bologna (90′), un’altra in casa della Juve, subentrando a Montervino (altri 45′). Qualcosa s’era intravisto (19 cross e 62 passaggi utili su 73) ma un infortunio l’aveva escluso dai convocati con la Lazio e successivamente anche dai primi allenamenti con Donadoni.
Dàtolo, nel frattempo, s’era incupito. Faticava a dialogare con i compagni. Soffriva per i risultati negativi della squadra. Non riusciva ad ambientarsi come avrebbe voluto. Troppe aspettative intorno a lui. Troppe critiche sul ruolo che avrebbe dovuto occupare. Così è intervenuto Marino per aiutarlo a superare il momento difficile: in una settimana gli è stato reperito un appartamento a Posillipo, panoramico ed ampio per ospitare eventualmente i familiari; messo a disposizione un insegnante di italiano; fornita tutta l’assistenza necessaria per guarire dalla contusione alla caviglia sinistra. Il resto l’ha fatto, e continua a farlo , Roberto Donadoni.
Ha voluto parlare a quattr’occhi con l’ex stella del Boca; chiedergli dove avrebbe preferito giocare; invitarlo ad applicarsi durante gli allenamenti perché sarebbe arrivato anche il suo momento. Donadoni chiama tutti per nome, soprattutto Dàtolo. « Jesùs, proviamo quest’altro movimento», «Jesùs, evitiamo troppi dribbling », «Jesùs, attento al pressing». Ed oggi, il mancino ancora rimpianto alla Bombonera, si propone al rientro:« Mi sento bene, ho voglia di giocare, desidero dimostrare che il Napoli non si è sbagliato a puntare su di me ». Dàtolo sta meglio anche moralmente: importante l’arrivo dell’amico d’infanzia Fabio che ha dato il cambio a José Sampieri, suo primo procuratore.
IL PROFESSORE – Per un argentino, però, è perlomeno singolare incontrare problemi di lingua a Napoli. L’accento dei « portenos », gli abitanti di Baires, è più vicino al dialetto napoletano che pure a qualsiasi altra lingua parlata. Eppure Dàtolo che parla un « castellano » stretto ha avuto ed ha ancora difficoltà a capire e ad esprimersi. Così nei ritagli di tempo libero, Dàtolo chiama il professore ingaggiato da Marino e studia. Oggi una parola, domani un’espressione, dopodomani un verbo. Sembra andare già meglio. Il mancino, costato sei milioni di euro, capisce e parla con Donadoni; esegue quello che gli ordina Bortolazzi, vice allenatore.
LA MAMMA – A fine marzo, l’amico Fabio ritornerà a Banfield ed a Napoli arriveranno la mamma di Dàtolo, con una delle sei sorelle, quella che gli cura la capigliatura. Vogliono vedere dove abita Jesùs, visitare la città che fu di Maradona mentre nel frattempo lui conta di giocare e diventare un beniamino dei tifosi partenopei così come lo era per quelli della Bombonera quando azionava il suo sinistro e bucava le difese avversarie. Prevista per il 5 maggio una grande festa di compleanno a casa Dàtolo, per le pizze ci pensa lui, le preparava già per i compagni del Banfield.
Fonte: Corriere dello Sport